Ricevo e volentieri pubblico.
Guido senza meta, sognante e pensoso, colmo di speranze e forte di capacità e giovinezza. Esco dalla stradina di campagna con la testa fra le nuvole, compiacendomi del sorriso accennato appena colto dal piccolo specchietto davanti a me. Poi, un forte scossone altera la quieta espressione dei miei occhi cerulei. Quindi un altro e poi un altro ancora. Le scosse continuano imperterrite e mi ritrovo attento all’asfalto, ma lento e impacciato nell’evitare il camion di fronte, scampando un impatto frontale con il muso della mia auto. Lo sguardo impaurito scorge alla mia destro un segnale informativo, ammaccato e impolverato. Benvenuto a Francavilla, recita. Ma vaffanculo, urlo con voce singhiozzante. Le buche continuano e dopo il cartello la vista mi regala palazzi giallo canarino con inserti rosso sangue. Sangue versato nei suoi stessi cortili abbandonati, dove il nome di un Dio inesistente risuona tra colpi di pistola e storie da cento euro mal tagliate. Più avanti, cento fossi e 20 anni di evoluzione buttati nel cesso dopo, un incrocio stradale ben trafficato mostra tutto il suo orgoglio circondato da baretti squallidi che circondano una scultura grigio zolfo esteticamente sgradevole, costata solo favori e raccomandazioni. Il primo libro della moderna Divina Commedia prosegue su binari incerti, tra fossi che un tempo erano strade, odore di birra da prima mattina e auto tedesche impagate. Parcheggio l’auto con ritardo, districandomi tra strisce blu e macchinette fallimentari, bevo un caffè e riparto impaurito. In periferia, la zona industriale pare pregna di buste paga ritoccate o consumate dal nero, laddove rozzi imprenditori violentano grammatica e intelligenza, avvallati da politici estranei al concetto di meritocrazia. Guido senza meta, disilluso e pensoso, svuotato da sogni e da dignità. Il cartello alla mia destra non mi è mai parso così bello, scintillante e luccicante.
Addio Francavilla.
T.L.


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